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RACCONTI VINCENTI Riduci

     

2° Premio Nazionale Racconti e Poesie d’Autunno
 
 
 
 
1° Classificata
AUTUNNO
Di Erika Comina
 
Questo è un racconto cominciato una stagione fa.
Lasci che le riveli un piccolo segreto, disse Mr Leaf all’improvviso,
un piccolo segreto da palcoscenico, da collega a collega,
è necessario sapere qualcosa, non importa che cosa,
ma occorre sapere una cosa riguardo al proprio pubblico,
la cosa che nella sua testa le fa distinguere un pubblico da quello per cui ha suonato la sera prima.
Chiudo il libro lentamente. Mi ricorda Johnny Cash questo Mr Leaf e allora sottovoce..
..you better let’s somebody love you before it’s too late…canticchio..
che canzone Desperado, Signori..che canzone..
Guardo fuori, le finestre mi sono sempre piaciute. Anche gli orizzonti e i colori.
La pioggia no. Una noia mortale. L’autunno forse. L’ ho sempre assaporato piano.
Ma questa volta è diverso mi dico e mentre lo dico il mio cuore mi urla,
Johnny ma non senti come lo senti forte?
E’ vero, quest’anno l’autunno è davvero diverso, mi azzarderei quasi a dire giapponese.
Che l’estate è tutt’altra cosa si sa, se poi vi è mai capitato di incontrarla
e parlarci come è successo a me beh … è una storia pazzesca Signori o forse da pazzi proprio,
ma qui è di autunno che si tratta, di grovigli di colori calienti, rossi intrappolati nel giallo
e arancioni che trasudano castani dorati.
Si parla di vento, di Milano pieno di nebbia e di pioggia.
Pioggia. Già. Ebbene si proprio lei.
Vi racconto una storia cari miei, romantica e pazzesca quasi come incontrare l’estate in sorriso di sole e ossa.
La pioggia mi ha sempre messo in difficoltà, eppure quel giorno è cambiato qualcosa.
Lei era bellissima. L’ ho conosciuta e mi parlava di canzoni che colorano i temporali
e di un libro giapponese.
Mi sono innamorato di lei la prima volta che guardandomi ha emanato un suono.
Poi lo sapete anche voi come vanno queste cose, se il momento passa, passa, è difficile ripescarlo. Io l’ ho lasciata semplicemente andare via a mani vuote, perché il libro che cercava non ce l’avevo e lei è passata così come passa l’autobus 62 la notte, come passano le stagioni, come passa la pioggia.
Ogni sera prima di prendere per mano Orfeo, fantastico su noi due.
Immagino come sarebbe la nostra quotidianità, e poi la bacio.
Ci diamo baci pazzeschi.
Sono passati mesi da quando lei sorridendo è uscita dal mio negozio senza più fare ritorno.
È arrivato luglio e la tanto attesa estate.
Io ho chiuso la libreria per le ferie d’agosto che al mare non si rinuncia nemmeno per Amore…nessuno vale un’estate..mi sono detto..forse mi sbagliavo?
È arrivato settembre e piano, docile sta scivolando via ottobre…
Mi sento tiepido come questo autunno, mi sento autunno pieno d’arcobaleno.
Tutte le volte che comincia a piovere infilo I’m so lonesome I could cry.
Mi metto alla finestra e mentre canto Cash, Signori, la vedo.
È proprio lei. Senza ombra di dubbio.
Saltella da una pozzanghera all’altra con le cuffiette nelle orecchie. Canta. Ride.
È ancora bellissima.
Apro la finestra e allora canto più forte casomai mi sente..
ma tanto lei c’ ha le cuffie nelle orecchie Johnny mica ti sente! Mi ricorda il mio cuore tremante.
Ho aspettato tanto l’autunno, perché mi sono detto lei tornerà io ne sono sicuro,
la pioggia d’ottobre me la riporterà.
 
Mettiamo il caso che lei sia a Milwaukee, si deve chiedere cos’ ha di speciale il pubblico di Milwaukee? Che cos’ ha di diverso da uno di Madison?
 
Se avessi preso anche solo una volta il 62 notturno sarei passata sotto alle finestre della sua casa.
(So dove abita. L’ ho sentito cantare. Com’è stonato cari lettori.)
Ma io passeggio a piedi perché è meraviglioso sentire come suonano in do minore le foglie che si accartocciano sotto ai miei piedi fino a diventare polvere di stelle e infine cipria dai mille colori.
Mi è sempre piaciuto l’autunno, l’odore di umido che si respira nell’aria mi fa pensare all’odore dei colori della tavolozza di Caravaggio. Annuso il rosso polposo, m’ inebrio del giallo e assaporo con il naso all’insù il marrone pieno di caffè.
Io le foglie le ascolto, come faccio con la pioggia. Sembrano un’orchestra quando si accartocciano, che esegue un notturno, cadenzato, vibrato, lirico a più non posso.
Invece per la pioggia, la musica è unicamente giapponese. Dirompente e infuocata.
Sarà per questo che mi sono innamorata dello stonato una sera d’estate che pioveva a dirotto.
Sono tornata da lui un pomeriggio d’agosto per dirgli, ti ho incartato il mio cuore, lo vuoi?
Perché se si ama davvero l’estate non conta. Chiuso per ferie, diceva il cartello appeso alla porta. Ho ripreso il mio cuore e l’ ho riportato a casa.
Mi sono detta aspetterò l’autunno per tornare da lui, e un giorno pieno di pioggia.
Oggi piove. Potrei seguire il 62 a piedi, saltellando nelle pozzanghere, ma senza cuffiette nelle orecchie casomai mi vede e mi chiama dalla finestra.
 
Ah..dimenticavo, me lo porto il cuore?
 
Fanno delle buone costine di maiale a Milwaukee, è questo che userà uscendo in palcoscenico.
Non è il caso di farne parola con il pubblico, basta che lo tenga a mante mentre canta.
Capisce cosa intendo? In questo modo il pubblico si trasforma in gente che lei conosce, gente per la quale ha senso suonare. Ecco il segreto.
 
 
 
 
 
2° Classificata
ROSSO DI SERA
Di Cinzia Baldini
 
La battaglia interiore era stata feroce ma inutile, come sempre, e l’esito, scontato, già dal primo istante. Non sarei mai giunta ad una tregua perché la mente, categorica, si rifiutava di accettare, opponendo ragionamenti inoppugnabili, ciò che il mio cuore, risoluto, desiderava. Istinto contro ragione, una guerra lacerante, distruttrice, aspra e senza esclusione di colpi mi dilaniava l’anima, inevitabilmente, però, si spegneva davanti alla profonda intensità del tuo sguardo, alle parole non dette, alle promesse mai formulate, alla tenerezza delle tue carezze, alla dolcezza infinita dei tuoi baci. Il risultato era lì, evidente, davanti ai miei occhi, nella realtà, che si mostrava chiara ed inequivocabile, in quei pochi metri quadri affacciati sul mare. Il letto gualcito, vissuto, i vestiti sparsi frettolosamente all’intorno, l’impronta appena abbozzata del mio corpo da un lato e tu, l’uomo della mia vita, assopito, dall’altra parte. Mi ero alzata furtiva, senza fare rumore. Adoravo guardarti, studiare il tuo corpo, spiare ogni pulsione involontaria di vita, attendere il tuo risveglio. Osservavo in silenzio il torace che si alzava e si abbassava ritmicamente mentre accompagnava il tuo respiro regolare. La fronte alta e spaziosa su cui ricadeva un arruffato ciuffo di capelli castani, unico indizio rimasto dell’intensa passione appena condivisa. I lineamenti del viso appagati e distesi, le palpebre abbassate e la leggera ombra di barba, ti rendevano vulnerabile come un bambino e non più l’amante virile e appassionato di pochi istanti prima. Ero innamorata di te, me lo ripetevo fino allo stordimento mentre fissavo l’orizzonte oltre le persiane semiaccostate. Avevo il tuo cuore e conoscevo la profondità del tuo sentimento ma i bagliori fulvi del giorno ferito che lentamente moriva, abbandonandosi, sfinito, tra le braccia della nera notte incipiente, acuivano la mia disperazione e rendevano ancora più doloroso il senso della mia impotenza. Quell’originario prodigio della natura si rifletteva nei miei pensieri. La rossa atmosfera, li circuiva e se ne impossessava, tingendo dei suoi colori infuocati, la mia inarrivabile chimera: la sconveniente relazione che come un gorgo impetuoso travolgeva e sprofondava la mia vita in baratri abissali.
Ci incontravamo di nascosto, da oltre tre anni ormai, nei pomeriggi rubati al lavoro. La minuscola mansarda che si affacciava sul mare era il nostro rifugio, il luogo dove, nei brevi ritagli di tempo che riuscivamo a trovare, costruivamo il nostro sogno ad occhi aperti. Inventavamo insieme un rapporto impossibile ed alimentavamo, per non farlo appassire, il nostro sentimento di ingenue illusioni benché, da un pezzo, non fossimo più ragazzi.
In quel tardo pomeriggio d’autunno la spiaggia era deserta. Dopo il chiasso caotico dell’estate appena trascorsa tutto appariva tranquillo, solitario, immobile ed immutabile… Ma nella natura come nella vita tutto cambia, niente è per sempre, tutto si muove e lentamente si trasforma. Le piccole onde che ora, carezzate da un’arietta leggera, sciabordano frizzanti sulla riva, in inverno, gonfiate dal vento di libeccio avrebbero sferzato la spiaggia con la loro irruenza, violentandola e modificandone i contorni e lasciato sulla riva i resti della sua irriverenza: conchiglie, legnetti, tronchi e immondizia. Più o meno quello che sarebbe accaduto nella mia esistenza. Eppure, nonostante la clandestinità, gli incontri segreti, il dover cancellare le mie impronte dalla tua vita non mi sentivo sporca. Mi chiedevo solo quanto ancora sarebbe durato? Quanto avremmo resistito ad essere noi stessi solo per poche ore la settimana? Per quanto mi sarei dovuta accontentare delle briciole che lasciavi cadere, per me, dalla tua vita? Non mi servivano spiegazioni, montagne di parole superflue. Avevo preso consapevolmente la decisione di entrare in quel ruolo e nonostante sentissi sulle spalle la condanna della morale comune, non mi importava, io ero l’altra! L’avevo istintivamente intuito già prima di conoscerti e fin dall’inizio, lo avevo accettato, come il mio corpo, con amore e senza riserve, aveva accettato il tuo. Ma adesso, mentre attendo che la mareggiata spazzi le ombre dalle nostre vite, cancelli antichi errori personali, scelte sbagliate, che gravano sulle esistenze di entrambi, ho paura. Paura di non trovare le nostre impronte sulla spiaggia ma solo conchiglie, legnetti, tronchi e una montagna di immondizia…
 Come se percepissi i miei pensieri, ti giri nel letto, apri gli occhi e mi avvolgi nel calore del tuo sorriso. Allunghi le braccia per invitarmi a ormeggiare il mio cuore in quel porto sicuro. Il contatto con la tua pelle cancella ogni dubbio, mi restituisce la forza per aspettarti. Forgeremo insieme il nostro futuro nonostante tutto e contro tutti. In quel solenne tramonto autunnale, persa nel tuo respiro odoroso di brezza marina, lascio affogare i pensieri tra le creste spumose del desiderio che con ondate prepotenti sommerge di nuovo il mio corpo mentre un carminio dardo di fuoco colpisce, beffardo, il tuo anulare dove ancora inutilmente brilla, spavalda e arrogante, la fede nuziale.
 
 
 
 
 
 
3° Classificata
PERCORSI
Di Isabella Buggia
 
Guarderai sorridendo, perché ogni volta sorridi…..guardi le case del nostro rione, una periferia sempre più centrifuga, una marginalità sull’orlo dell’oblio di una borghesia sempre meno borghese.
E sorridi…ed io aspetto, seduta accanto te, passeggero infreddolito, striminzita nel mio essere, avvizzita da questo nuovo giorno, aspetto quel sorriso triste ogni mattina per iniziare la mia giornata. Dov’è l’oblio, amore mio, in questo caleidoscopio di colori che questa stagione ci regala? La notte la lascio ai sogni ed il risveglio al profumo del caffè ed alla tua voce alterata che non si rassegna alla mia incapacità, geneticamente programmata, di sentire la sveglia ed essere puntuale.
Aspetto quel sorriso triste ogni mattina e solo allora comincio a vedere il grigio delle case, la cappa umida di smog, gli studenti accalcati alla fermata dell’autobus, sigaretta in bocca ed aria fottuta di chi crede di essere immortale. A loro il tempo non ha ancora insegnato niente, sentono solo il vuoto che aleggia nello spazio del cavallo dei loro jeans che oltrepassa il ginocchio e questo forse dà loro un senso di possibilità, di possibilismo.
Il tuo sorriso ora si riflette nello specchietto, ed allora solo allora, mi volto per annullare il riflesso e annusare il mio primo momento di tenerezza della giornata. I nostri figli….capisci ..non meritano un surrogato di fiducia …meritano apprensione vera insieme a tutto all’amore di cui siamo capaci.
Sorrido anch’io adesso, un sorriso di ghiaccio pensando a loro ..a Carlo che si succhia il dito beato ed a Norma che mi guarda con una domanda nei suoi occhioni neri. Ha sempre avuto una domanda negli occhi, da quando è nata. La curiosità per questa vita, che l’ha sviscerata a questo mondo senza che lei avesse indirizzato regolare domanda, se la porta addosso come un punto interrogativo e ti guarda chiedendoti il perché di ogni minuto vissuto, di ogni respiro emanato. Lei è una creatura dell’estate e si chiede il perché di questo turbino di foglie multicolori.
Insegna a loro l’onore, l’integrità di una coscienza, il profumo di buono dell’onestà con la consapevolezza che per salvarsi da questo grigio suburbano da Cenerentola senza redenzione, servirebbe veramente una bacchetta e relativa zucca. Tanto è stagione.
Mi guarderai sorridendo, mentre mi trucco allo stop per scroccare una linea diritta di eye liner.
Scrolli la testa, da anni scrolli la testa ed accendi la radio. Iniziamo a contare insieme allo speaker …contiamo gli anni che ci separano ad un’improbabile pensione, contiamo gli anni di sopravvivenza media più o meno deviazione standard con o senza disabilità, contiamo gli anni di mutuo da estinguere, contiamo i soldi per arrivare alla terza settimana.
Che razza di mondo…e tu guarderai sorridendo a questa terra intrisa d’autunno che stiamo attraversando ed in cui scodelleremo i nostri figli, davanti ad una scuola pubblica perché ricevano un’istruzione primaria, secondaria e superiore per…per
Perdi il sorriso, per un attimo perdi il sorriso…
Saluti e bacini ai bambini
“Ciao amore…oggi da qui proseguo a piedi…no tu vai, arriverò in tempo…faccio due passi” ti grido mentre scendo dalla macchina. Fuggo dalla mia stessa lacrima furtiva, così furtiva che se non la vedi non esiste.
Mi guarderai sorridendo e scrollerai la testa vedendomi frugare nella borsa per controllare il cellulare e le chiavi di casa.
Imbocco un vicolo che attraversa un boschetto fra l’ospedale ed il tratto di strada ascendente che porta alla tangenziale. Dov’è l’oblio in questa stagione che si prepara al riposo ed io circondata dal fiato del vento e da una pioggia di foglie liberate dall’essere belle, verdi e rigogliose, finalmente piango.
Sorrideresti se fossi con me, ti ricorderesti il primo bacio, il nostro primo bacio, proprio qui venticinque anni fa. Anche allora era autunno e non volevo essere un gatto di cenere. . Ora invece sto piangendo, non più furtive lacrime e di nuovo conto: le siringhe che evito, i profilattici buttati, i vetri rotti, i disperati più di me, i nuovi schiavi del terzo millennio.
Oggi piango e, se me lo chiedessi, ti risponderei perché sono fatta così, perché l’autunno mi fa quest’effetto, i gatti di cenere preferiscono l’inverno, si mimetizzano meglio nel bianco della neve che presto diventa grigia.
Piango per la speranza annegata, perché tutti ci meritiamo di meglio, piango perché non ho più certezze da tramandare ai miei figli. Piango per quella madre all’angolo, all’uscita del vicolo, lei per terra, i due bimbi per terra, davanti il cartello che spiega cosa ci fa per terra.
Piango non perché sono depressa, io non ne ho ancora motivo. Piango perché tutti dovremmo farlo, perché il telegiornale fa piangere ed invece ascoltiamo indifferenti, guardiamo indifferenti alla malattia, alla fame, al dolore di un altro essere umano e contiamo. Statistiche e numeri più o meno deviazione standard.
Arrivo davanti al negozio dove lavoro…io non dovrei piangere, io ho ancora un lavoro.
Un ragazzo di colore mi offre un pacco di fazzoletti di carta ad un euro.
Sorride. Io li vendo i fazzoletti di carta ma ne ho bisogno prima di entrare.
“Raffreddore?” mi chiede
Sorrido: “Si, è la stagione”
 
 
 
 
 
1° Premio Nazionale Racconti e Poesie d’Estate
 
 
 
 
1° Classificata
IL BONSAI
Di Cinzia Monforte
 
Devo dormire, o almeno provarci, altrimenti domani non riuscirò ad alzarmi.
Fa troppo caldo e io odio il caldo.
E l’estate.
Lui invece sta dormendo.
Ho sempre pensato che sia l’unico al mondo che riesca ad addormentarsi ovunque, persino in certi momenti… La prima volta che è successo mi sono sentita spaventosamente umiliata e ho temuto di aver perso tutto il mio sex appeal, poi ho capito che era solo stanco. Non me l’ha detto, ho dovuto capirlo che era stanco, perché lui non dice mai niente.
Quando l’ho incontrato gli mancava solo il cavallo bianco, il resto c’era tutto: occhi azzurri, capelli biondi, voce profonda senza accento, incedere elegante. Non credevo di piacergli molto, un’avventura forse, ma niente di più. Eppure quelle continue telefonate, gli aperitivi, le cene e i fiori avrebbero dovuto farmi percepire i suoi veri sentimenti. Ma ero così frastornata dalle mie emozioni e dalla paura di soffrire che non volevo illudermi.
Forse, se mi giro di lato, trovo un po’ di fresco.
La lunga estate calda, gran bel film. Mi torna in mente ogni volta che mi trovo in queste condizioni: afa umidità, ventilatori arrugginiti e gracchianti. Potrebbe andare bene anche La lunga notte dell’Ispettore Tibbs: sento quell’aria appiccicosa sulla pelle e le lenzuola che sembrano appena uscite dalla lavatrice, ancora umide. Ma che ora è?
E lui non si muove neanche. Sarei tentata di avvicinarmi per vedere se respira. Avvicinarmi… “Voglio allontanarmi da te”: se ripenso a questa frase mi vengono i brividi, nonostante il caldo. Era seduto alla scrivania e sorrideva. Non erano passati ancora sei mesi e lui si era già stufato, almeno credevo. Quella volta mi ero salvata buttandola sul sesso. E tutte le altre volte che erano seguite? Perché ce ne sono state non so più quante.
“Taglio le radici perché la pianta non cresca”, come un bonsai.
Mi ero piaciuta in quell’occasione: “Non cresce, ma vive mille anni”. Una bella risposta.
Lui tagliava ed io innaffiavo.
Già: una bella doccia ci starebbe bene in questo momento, ma se mi alzo adesso poi non mi riaddormento più di sicuro. Quanto mi danno fastidio questi capelli così lunghi, anche quando facciamo l’amore: mi restano dietro la schiena e non riesco più a muovere la testa.
Mi piace fare l’amore con lui.
Anche se non si lascia andare, qualche mugolio forse, tanto che le prime volte gli avevo detto che mi sembrava di essere a letto con un ragioniere.
Non ero stata molto carina, lo ammetto.
Da quel momento ho cominciato a pensare che ci fosse qualche complesso infantile che gli impedisse di scoprirsi e col tempo questa storia è diventata un’analisi psicologica, lui il paziente ignaro, io l’analista travestita da fidanzata. Studiavo i suoi gesti, le sue frasi, le sue parole. Sarebbe stato molto più facile piantare tutto lì, lo so, ma io non mollo mai. E poi l’amavo così tanto.
Invece ho capito che lui mi aveva amata quando mi ha detto che non mi amava più.
Come si chiama quella figura retorica che afferma negando?
Bella questa sveglia che ti dà l’ora sul soffitto, non devi nemmeno fare lo sforzo di muoverti. Se provassi a pensare a qualcosa di molto freddo? Neve, ghiaccio, pinguini, Polo, sud o nord, va bene lo stesso.
Perché sto ancora con lui? Avrei voluto lasciarlo mille volte, magari con una di quelle battute finali da attrice consumata che strappano l’applauso del pubblico, ma non ne ho mai avuto realmente la volontà.
Quello che mi dà più fastidio sono i paletti. Quando decide che una cosa non si fa più, non si fa più, soprattutto se è qualcosa che, malauguratamente, gli hai rinfacciato.
Veramente io non rinfaccio mai niente, non fa parte del mio carattere; piuttosto sottolineo l’assurdità di un comportamento che contrasta con quel che sta dicendo. E lui, qualunque cosa sia, la elimina, la cancella, la dimentica. Non so se lo fa per il suo smisurato orgoglio o perché si sente messo a nudo su una non-verità dimostrata.
Quella che dovrebbe tirare fuori l’orgoglio sono io, come faccio con il resto del mondo. Ma avrei dovuto farlo subito e forse adesso potrei rotolarmi nell’altra metà del letto per rinfrescarmi…
Non ne posso più, né del caldo né di lui. Se non la pianto di rigirarmi finirà che lo sveglio.
E allora? Almeno potrei dirgli una volta per tutte quello che penso. Farebbe finta di niente, lo so, indifferenza assoluta. Ma una volta solo, ci ripenserebbe, come fanno tutti: non può essere così diverso dall’intera umanità. Vedo già con soddisfazione la tristezza in quei suoi occhi azzurri; e l’incredulità, perché da me non se l’aspetta.
“Ho deciso che ti lascio.”
“Come vuoi.”
“No, come hai voluto tu” ed esco di scena tra gli applausi, senza voltarmi perché il suo sguardo ferito mi strazierebbe.
E allora tornerei indietro, cercando di dargli quelle spiegazioni che lui non mi ha chiesto.
E mi tornerebbero in mente le nostre risate, i nostri giochi, la sua tenerezza a cui non saprei resistere.
Brava furba, adesso mettiti anche a piangere, tanto c’è poca umidità intorno…
E se contassi le pecore? Uno, due, tre, quattro, cinque… litote, si chiama litote la figura retorica… sei, sette, otto…
“Sveglia, pigrona, sono già le sette. Hai dormito bene?”
“Sì, amore, come un angioletto.”
 
 
 
2° Classificata
LA VERITA’ NUDA
Di Isabella Buggia
 
Il più grande pittore di tutti i tempi ha stracciato il mio ritratto, prima incredulo, poi furioso per l’opera che aveva visto nascere e poi sfuggire alla sua volontà.
Ho deviato il pennello, ho ingannato l’occhio che ha ammirato la mia bellezza bionda, ha cercato di fissare la dolcezza di uno sguardo, la mia presenza terrena, il mio desiderio che sembrava volerlo racchiudere in un abbraccio immortale.
C’era il vento quel giorno, il giorno della processione d’estate della Vergine del Naufragio. La statua della Madonna percorreva la strada dalla chiesa fino al porto su una tracca, un carro addobbato di fiori e frutta e trainato da imponenti tori vestiti a festa come tutto il piccolo paese sardo che si specchiava sulle acque cristalline come l’anima della Vergine Maria, custode e simbolo dell’amore più puro ed incondizionato. Una processione di barche avrebbe portato la statua della Vergine con il bambinello sul mare aperto accompagnata da preghiere, canti e fuochi.
C’era il vento quel giorno, un vento che sembrava voler capovolgere il mondo, un vento che arrivò improvviso in quel torrido paese ed io non ero pronta.
La prima folata spazzò via il velo della Madonna, innervosì i cavalli che precedevano la processione e innalzò la sua voce che coprì ogni altro suono.
Tutti i presenti si fecero il segno della croce prima ancora dell’apparizione del parroco e la banda smise di suonare perché l’ululato del vento proveniente dal mare disperse i suoni di festa e fece danzare a morto le campane della chiesa.
Nulla più fu come doveva accadere. Anche l’estate cessò di essere in quel turbinio di vesti innalzate, di fiori dispersi, di nitriti di cavalli terrorizzati che non vollero imboccare la via del mare perché il vento veniva da lì e sembrava volesse respingere tutto. La folla festante, le preghiere dei fedeli, la curiosità dei turisti, il dolore della Vergine che stringeva tra le braccia quel figlio donato dal cielo e che la crudeltà degli uomini avrebbe trafitto.
Tutte le invocazioni, gli ora pro nobis, per noi che per vivere dobbiamo accettare ed amare, amare senza volere, volere senza avere, tutte le preghiere echeggiarono lungo quella terra arsa che le assorbì con lo stesso stupore di una pioggia estiva.
A tutti il vento lasciò la verità nuda. Centinaia di crisalidi ondeggiarono lungo le strade per poi formare cumuli fatiscenti di bugie, di promesse non mantenute, di buoni propositi ben ricamati e tramandati da padre in figlio, eredi della verità umana, sempre vestita di sfarzosi abiti che nascondono debolezze e verità che non sappiamo accettare.
Tutti videro ciò che non era stato e avrebbe dovuto essere. Era il dono del mare, che ogni mille anni, spogliava le anime, toglieva gli abiti al cuore e lasciava nudi i doni di Dio.
Non a tutti fu gradito il regalo. Il prete guardò la sua tonaca e la trovò troppo nera per tutte le voci che aveva seguito, voci dolci e suadenti nel mezzo di bianche lenzuola.
La signora Rosa guardò la sua pelle raggrinzita e si chiese sgomenta dov’era quel morbido velluto che toccava ogni notte. Non era vanità la sua, ma la magia di un canto antico che sgorgava dalle sue labbra per evocare l’uomo che la prima notte di nozze aveva atteso invano, inghiottito da un mare che faceva più paura della fame. La Vecchia Rosa tutti accoglieva tra le sue gambe rinsecchite e tutti chiamava con lo stesso nome.
Quando il vento portò via il suo velo di sposa vergine, la vecchia Rosa finalmente pianse davanti ai cocci di un cristallo infranto di una prima notte eterna.
C’era il vento quel giorno ed io non ero pronta ad essere interrotta. I miei pensieri si fermarono, i miei ricordi si spezzarono, i miei veli vennero sollevati uno ad uno.
 
 
Ora il vento, rapido come era venuto, cambiò direzione ed il maestrale mi chiamò verso il luogo al quale appartenevo. Fui l’unica a camminare lungo la via del mare, fui l’unica a non tornare, l’unica che il mare rivoleva per sè. Mi girai solo una volta a gridare il mio muto saluto all’uomo che aveva accompagnato la mia vita terrena, che mi aveva trovata abbandonata e nuda sulla spiaggia dorata in una calda sera d’estate di mille anni prima. Per lui levai il mio silenzioso canto che coprì anche il suono del vento:
“Veleggerai lontano dal mio canto ed il mare
spumoso e letale sommergerà mute parole
Per te sarò sale e sarò vento,
bruceranno le tue ferite e, ad ogni alba, sorgerà come il sole la verità che non hai voluto vedere
Io ti amo perché tu sai quello che sono
Mi aspetterai e mi temerai come l’onda che al cielo t’innalza e come vuoto
improvvisa
percepirai la mia assenza
perché io sono quello che sei”
Fu allora che il più grande pittore di tutti i tempi, il destino, stracciò il mio ritratto e riconobbe l’illusione.
Mark
Mille anni il vento di quell’estate mi aveva regalato con lei,
con lei che ho amato per il suo canto, per la sua pelle diafana, lei che ho dipinto come donna sapendo che non era a me ed al mondo terreno che apparteneva.
Il pittore senza età, mi hanno sempre chiamato, che dipingeva le estati sulla spiaggia, e sorrideva ai bimbi che, guardando i miei quadri chiedevano: “Ma è una donna o una sirena?”
 
 
 
 
3° Classificata
SE L’ESTATE VELOCE VA
Di Erika Comina
 
Questo è un racconto che parla di te e di come tu ti sia innamorato di una persona incontrata per caso una sera di giugno che pioveva a dirotto.
Pensi che questa pioggia semi estiva ha rotto i leoni. Sono giorni che non esce il sole.
A scuola lo disegnavi sempre, era pieno di fuoco il tuo sole delle elementari.
Vorresti dipingerlo grande fuori dalla finestra e lasciarlo appeso fino alla fine del tempo.
Te ne stai alla finestra a fare i ghirigori quando d’improvviso l’estate entra in negozio.
Che piove è l’unica certezza che hai e che vorresti dipingere un sole anche.
Ma ora non serve più disegnare perché l’estate ce l’ hai davanti e con un sorriso pieno di sole ti sta chiedendo se l’ultimo di Ishiguro ce l’ hai.
Perché vuoi leggere Notturni?
Le chiedi mentre con la manica del maglione rosso cancelli il disegno del sole che fa ciao.
Scusa?
Com’è che vuoi leggere proprio Notturni e non magari L’eleganza che ci hanno fatto due gatte così e mica servivano duecento pagine per sapere che pure le portinaie possono interessarsi di filosofia e avere un gatto che ha il nome di un pittore.
Ce l’ hai con qualcuno?
Questa pioggia mi fa scendere la catena.
La catena?
È solo un modo di dire mi fa passare la voglia di stare al mondo.
Non hai mai ascoltato una canzone giapponese mentre fuori incombe la tempesta, la pioggia avrebbe tutti i colori dei pittori. Ci vediamo con il sole.
Ti dici stupido, avevi l’estate in negozio e non hai fatto un emerito.
Chissà a che canzone si riferiva, forse a quelle dei cartoni quando eri cinno.
Vuoi una canzone da ascoltare sotto alla pioggia, ma vuoi la sua e lei, l’estate piena di sole, la vorresti incontrare di nuovo e dirle perché non balliamo la mia canzone giapponese sotto alla pioggia cosicché i nostri abiti diventino arcobaleno.
Passa la pioggia proprio la notte in cui trovi la tua canzone.
E allora ti dici ma cristo ha piovuto fino a mezz’ora fa che ti costava far piovere fino a domani.
Ma l’estate non aspetta, quando decide che è ora, arriva svelta e calda come un’amante impaziente.
Avevi detto che saresti tornata con il sole.
È finita la pioggia, chissà come sei felice.
Beh..
Non mi dire che la pioggia non ti ha aspettato.
Sei una strega?
Solo qualcuno che ha voglia di leggere Notturni.
Dovrai ritornare.
E che canzone..
In un film,solo che ormai non pioveva più.
Mi dispiace che tu non abbia potuto vedere i colori della pioggia. 
Alla tele dicono che sarà un’estate calda di mare bandiera blu con crisi ma al mare non si rinuncia e allora via si parte. Sarà un’estate di abbandono di meglio non uscire nelle ore calde di mangiare frutta e bere molto. Un’estate super per il leone e il toro. Un’estate di best seller.
Sarà un’estate arida e polverosa. Alla tele dicono che non pioverà più fino ad ottobre.
Come farai se non piove più, non potrai ascoltare la tua canzone giapponese.
Se fosse frutto della tua fantasia questa gatto di storia della pioggia e della canzone giapponese dovuta alla tua infinita voglia d’estate, di blu mare e arancione tramonto.
 
Questo è un racconto che parla di te e di come ci si possa innamorare non solo di un libro, ma anche di chi te lo vende.
L’ombrello non l’ hai preso, perché tu sei abituata ai portici di Bologna e invece mica ci sono i portici che dalla Stazione arrivano fino in centro a Milano.
Con le cuffie nelle orecchie canti e nemmeno lo senti l’autista del tram.
Le canzoni giapponesi ti sono sempre piaciute forse perché dici tu creano tragiche situazioni e l’amore alla fine rimane sospeso in aria come il sole di carta che la maestra ti faceva appendere al vetro della tua classe alle elementari.
Sarebbe bello capire quello che ascolti ma tu preferisci immaginare storie di amanti passionali.
Pensi che il tipo che sta disegnando il sole che fa ciao non vede l’ora che arrivi l’estate, si vede dall’occhio a pesce lesso, triste e sognante.
Pensi anche che è un tipo romantico.
Cercavo Notturni di Ishiguro.
Perché vuoi leggere Notturni?
Con la manica del maglione rosso sta cancellando il sole che fa ciao.
Pensi che la domanda è curiosa, e lui pure.
Un tipo così non può che vendere libri.
Un tipo con un maglione rosso che disegna soli che fanno ciao sul vetro appannato non può che farti una domanda del genere.
Pensi che è bastata una domanda fatta così all’improvviso mentre fuori piove a dirotto un giugno incosciente a farti innamorare in un attimo.
Scusa?
Com’è che vuoi leggere proprio Notturni e non magari L’eleganza che ci hanno fatto due gatte così e mica servivano duecento pagine per sapere che pure le portinaie possono interessarsi di filosofia e avere un gatto che ha il nome di un pittore.
Vorresti dirgli che L’eleganza già l’ hai letto e che pure il tuo di gatto ha il nome di un pittore, anzi che tu di gatti ne hai sei.Vorresti dirgli che Renèe ti ha aperto un mondo e ti ha pure fatto piangere.
Ce l’ hai con qualcuno?
Questa pioggia mi fa scendere la catena.
La catena?
È solo un modo di dire, mi fa passare la voglia di stare al mondo.
Tu lo sai che è solo un modo di dire, lo sai perché a Bologna c’ hai vissuto una vita intera.
Hai pensato che ci voleva della musica in quel momento, che se tu gli avessi infilato le tue cuffiette nelle orecchie e avessi premuto play lui non avrebbe perso la catena, ma avrebbe visto l’estate con un sorriso pieno di sole li in negozio e la pioggia sarebbe stata semplicemente stupenda.
 
 
 
 
3° Classificata
IL PROFUMO DELL’ESTATE
Di Cinzia Baldini
 
La notte è calda e una tiepida brezza porta alle narici l’odore intenso del mare. La sabbia con il suo avvolgente umidore lambisce le mie caviglie. Tu sei accanto a me, silenzioso, avvolto nei tuoi pensieri identici ai miei. Con le menti lontane, camminiamo vicini ma senza sfiorarci. Non ne abbiamo bisogno, sappiamo di esserci l’uno per l’altra e tanto ci basta.
La luna si è ritirata dietro una nuvola di vapore rossiccio. Domani sarà un’altra giornata rovente e allora perché sento le mie spalle rabbrividire?
«Cosa sarà di loro?» riesco a sussurrare.
Ti fermi, mi fissi negli occhi e un movimento leggero contrae le tue labbra: «Non lo so» mi rispondi.
Ci guardiamo a lungo. Nel buio le nostre iridi si confondono, scolorandosi nell’oscura fluidità della notte, ma io posso vederti chiaramente come tu vedi me. Ognuno sente esattamente, con dolorosa intensità lo sguardo dell’altro sulla pelle.
«Non è stato facile» mi dici in un tono stanco che non ti conosco. Sospiri e mi prendi la mano.
«No, non è stato assolutamente facile» concordo. Niente nella vita è mai facile, nulla è mai semplice» proseguo. «Tua moglie…», annuisci. «Mio marito… fargli capire che me ne andavo. Lo lasciavo per un altro uomo. Ho cercato di spiegargli che avevo combattuto contro questo sentimento Dio solo sa quanto! Che avevo cercato di respingerlo con tutte le forze, ma esso è stato più forte. Ha prevalso sulla ragione, sulla morale, sconfiggendo l’abitudine e la stanca familiarità. Ma come far capire ad un uomo che lo lasci perché nonostante l’affetto che ancora provi per lui, ami un altro? E che questo nuovo amore intenso e dilaniante, non cercato né previsto, si è dimostrato tenacissimo. Più forte di qualsiasi vincolo legale, della stima, del rispetto che dovevamo alle persone alle quali avevamo giurato fedeltà per la vita…»
Alzi le spalle e non mi rispondi. Poi mi afferri quasi con disperazione, mi stringi ed io mi aggrappo, ancora più smarrita di te.
«Sono triste, ma non mi sento sporca… e non sono una puttana, come lui mi ha chiamata» riprendo con veemenza. «Prima di te non l’ho mai tradito. Non ha capito che non era per lui che me ne andavo. Non avevo nulla da rimproverargli, era stato un buon compagno e con lui sono stata felice, ma il nostro tempo dell’amore si era concluso. Forse non sarò solo io a mancargli, più di tutto gli mancherà l’abitudine che aveva riempito l’autunno della nostra vita…».
Mi sorridi con dolcezza infinita carezzandomi i capelli. «Domani andrà meglio» mormori sulle mie labbra.
La tua bocca è calda, accogliente, un rifugio sicuro. Ti raggiungo in quella terra incantata, promessa di una nuova stagione.
Modellando i nostri corpi sulla sabbia consumiamo con tenerezza il nostro amore, finalmente liberi di essere noi stessi e nel buio un sole accecante trafigge le nostre pupille. Ti stringo languidamente dopo la passione ed aspiro la fragranza salmastra dell’estate rimasta impigliata nei tuoi capelli umidi di mare.
Un ultimo bacio, ci scostiamo e torniamo sui nostri passi.
Mentre la notte implode in se stessa, schizzo di nero inchiostro che macchia il profilo del mondo, rientriamo in albergo. Nessuno ci attende, nessuno ci accoglie, nessuno ci giudica. Il portiere è addormentato e noi silenziosi sfiliamo verso la nostra stanza come effimere scie di stelle cadenti, confusi nel nostro universo di contrastanti emozioni.
Il pianerottolo è in penombra, l’ambiente sa di vecchio, di stantio, è malinconico come le nostre coscienze.
La lampadina penzolante dal soffitto ci avvolge nel suo fascio di luce giallognola, sofferente, remota. «Da quanto tempo il sole non entra in questo luogo?» mi domando ad alta voce per scacciare il silenzio che rimbomba ossessivo nelle orecchie.
Siamo fermi davanti alla porta chiusa e mentre inciampo nei miei pensieri afferro le tue mani. Portandomele al volto: «Perché siamo qui?» chiedo smarrita.
Il cigolio cadenzato, dell’ascensore che si mette in moto, accompagna la tua risposta: «Per dare dignità al nostro sentimento» mi dici paziente mentre apri la porta e sfiori con le dita l’interruttore della nostra camera. Una cascata di chiarore si riversa nella penombra delle scale.
La macchia colorata delle valigie, incorniciate dalla porta, ci ammicca dall’angolo più lontano della stanza. In quei bagagli disordinatamente accatastati ci sono le nostre cinquanta primavere, ci siamo io e te, non più come eravamo, ma quelli che saremo.
Mi dirigo verso di esse ipnotizzata mentre dal balcone un profumo di gelsomino, il profumo della nostra estate, si spande nell’aria e un refolo di vento accarezza le tende. Un brivido mi assale ed un’emozione intensa mi scuote: «ti amo» grido, cercando il miele ambrato delle tue pupille, «anche se i nostri capelli si stanno tingendo di bianco».
Il tuo caldo sorriso e l’alba radiosa che filtra dalle persiane accostate, mi danno la consapevolezza di aver fatto la scelta giusta: finalmente non proveremo più vergogna a mostrarci al mondo.
 
 
 

                                                           

 

                                                              

         
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